Autunno 1958 - Pareto
Pareto era considerata la sede scolastica più scomoda della Valbrevenna. Il paese si raggiungeva mediante una ripida mulattiera , che veniva percorsa dai contadini del posto, con il loro tipico passo, sempre uguale, in circa un’ora ( due ore e più per me!). Mi animava, tuttavia, un grandissimo entusiasmo di fronte al quale le numerose difficoltà che l’incarico comportava, mi apparivano trascurabili.
Per le stesse ragioni non mi resi subito conto che la strada si snodava attraverso un bosco di castagni secolari di rara bellezza. Ero troppo occupata dai problemi che le nuove responsabilità
presentavano!Quando raggiungemmo la Penola, ultima località presso cui fermava la corriera locale, era una fredda mattina di novembre e le piogge autunnali avevano trasformato la strada in un pantano, degno di un percorso di guerra. In quel lontano 1958 la moda non era certo di aiuto!. Oggi siamo vestiti in modo pratico e informale ma allora il nostro abbigliamento e, soprattutto le scarpe, si rivelarono del tutto inadeguate.
Alla Penola c’era una specie di osteria che fungeva da stazione di sosta per muli e mulattieri. Questi ultimi aspettavano la corriera proveniente da Casella, con il suo carico di giovani maestre , prelevavano i loro bagagli ed altre merci e partivano alla volta delle varie località: Pareto, Tonno, Senarega,Carsi. Le maestre , invece, procedevano a piedi per le varie frazioni.
Come già detto, la sede di Pareto era considerata tra le più scomode, ma questo non aveva affievolito il mio entusiasmo, nonostante mio padre, informatosi sull’ubicazione del posto, avesse esclamato: - Ma benedetta figliola, dove vuoi andare?! Pareto è a casa del diavolo!!
La mamma, fortunatamente, capì la mia ansia di affermazione e mi sostenne in una scelta tanto irta di incognite , benchè fosse anche lei ugualmente preoccupata. Solo più tardi mi rivelò quali ansie e dubbi l’avevano tormentata.
Alla Penola trovammo Attilio, un giovane di Pareto, detto “Tiliuun”. Era alto e forte e aveva il sorriso leale e aperto della gente di montagna. La sua vista rinfrancò mia madre che temeva di trovarsi di fronte a un mondo contadino chiuso e ostile, timore che si rivelò del tutto infondato.
Attilio si offrì di accompagnarci, proposta accolta da entrambe con vero sollievo, ma un altro montanaro, intento a tagliar legna, appena ci vide, esclamò: - Tiliuu! Sta chi a l’è a meistra de Paiu? Allantu ti a porti sciù sensa scarpe!
Alludeva al fango che rendeva il camminare un’impresa quasi impossibile, data l’inadeguatezza delle nostre calzature. Ad ogni passo queste rimanevano incollate al terreno ed era necessario uno sforzo per rimuoverle da quel pantano vischioso. Provarono allora a sistemarmi sul mulo ma fu un arduo compito . In realtà i muli non avevano la sella ma il basto per la soma: due grossi bidoni che servivano a trasportare a valle il latte per la Centrale.
Una volta svuotati, i bidoni oscillavano da una parte all’altra ed io, issata lassù in precario equilibrio, non resistetti che pochi secondi.
Attilio, a questo punto, si offrì di accompagnarmi e mi prese sottobraccio per sostenermi, guadagnandosi la gratitudine di mia madre e, ovviamente, anche la mia.
Sono passati più di cinquantanni da quel giorno, eppure il ricordo del sorriso aperto e fiducioso di Attilio è più che mai vivo dentro di me.
A Pareto trovammo gentilezza e disponibilità da parte di tutti e questo rassicurò mia madre che, non sapendo quello che ci aspettava, aveva messo nella borsa anche un pacco di candele! L’elettricità, invece, era arrivata, e già da tempo, come ci dissero con un certo stupore misto ad orgoglio, ma non era arrivato ancora il telefono , per cui , in seguito, la posta fu l’unico mezzo di comunicazione da me usato per fare avere notizie alla famiglia. E devo dire che la posta , affidata all’impegno del postino, un giovane del paese, funzionò sempre. Antonio, detto Tugnin, percorreva a piedi, con la pesante borsa a tracolla, le varie mulattiere, raggiungendo anche le frazioni più isolate, già segnate da un inarrestabile declino demografico.
Pareto , con i suoi novecento e più metri di altitudine, era una sede di montagna e, pertanto, avevo diritto a una stanza nella locanda del paese, gestita dai genitori di Attilio: la Nin e Valentu. Loro era anche uno dei negozi del paese e la trattoria. L’osteria, invece, era semplicemente la grande cucina della casa e la sera, intorno al tavolo, si riunivano gli uomini del paese. Ed ecco la cosa più sorprendente: in una stanza attigua alla cucina, utilizzata d’estate come sala da pranzo per ivilleggianti, era sistemato il televisore e qui, il giovedì sera, si raccoglieva il paese al completo, gli uomini da una parte e le donne dall’altra, per assistere a “Lascia e raddoppia”.
Il potere mediatico di Mike Buongiorno e della televisione avevano rotto l’isolamento di quella remota frazione! Peraltro va detto che, per tutto il resto della settimana,il televisore restava muto, coperto rispettosamente da una tovaglietta!
Fra le molte preoccupazioni , mia madre temeva anche la presenza di qualche tipo strano.
Era,infatti, opinione comune che in ogni frazione, piccola o grande, ci fosse sempre “u mattu du paise”!
La presenza di Attilio l’aveva già rassicurata ma si tranquillizzò ulteriormente quando, entrando nella vasta cucina della locanda, ci venne incontro la madre di Attilio,la Nin. Era una donna alta e magra, vestita di nero, con l’immancabile grembiule di cotonina e i capelli grigi nascosti sotto il fazzoletto, alla maniera di tutte le contadine, ma aveva nella dignità e nella pacatezza con cui si muoveva, qualcosa di nobile che fu per mia madre motivo di vero sollievo.
Questo stato d’animo fu, però, di breve durata perché, subito dopo, la porta si spalancò rumorosamente e apparve all’improvviso un uomo robusto di età indefinibile ( 40-50 anni?), il quale, sollevando le braccia in alto, esclamò:”Oh,tei arrivaa! E u teu ommu dunde ti lè lasciou?”
E poi, osservando un involto posato sulla tavola:” A carne deghela a meistra ca ga i denti buin!”
Mia madre interrogò con lo sguardo la Nin, ma lei la rassicurò prontamente. “U nu fa ninte! Basta dighe: Vittoiu, settite e stanni bravu! E lé u sta bravu”.
Così, all’invito della donna, Vittorio sedette sulla panca, limitandosi a tenere fra le dita un pezzetto di carta che andava rompendo in minuscoli frammenti ,poi ,improvvisamente come era venuto, si alzò e uscì.
Anche io, quindi, imparai a dire: “Vittoiu, settite” e feci conoscenza con la parlata locale. E ancora adesso, quando mi capita di parlare in genovese, lo faccio con l’accento imparato in quell’anno lontano.
Vittorio aveva un fratello, Pasqualino, padre di Silvano, uno dei due alunni a me affidati. Era rimasto vedovo e si era risposato con una ragazza del paese. Silvano preferiva stare con la nonna paterna, la Silia, una persona di grande sensibilità, acuita probabilmente dall’aver dovuto affrontare il problema di quel figlio sfortunato, grande e grosso ma con la mente di un bambino.
- “U l’aviu a fevre da piccin ! – mi spiegava , continuando in italiano perché capissi meglio – Gli sono venute le convulsioni , è per quello che è rimasto così!
Capì subito le mie difficoltà, dovute al clima rigido e alla mancanza delle comodità cui ero
abituata , e per questo, ogni mattina, prima dell’inizio delle lezioni, andava nella scuola ad accendere la stufa situata nell’aula, perché potessi trovare al mio arrivo un ambiente confortevole.
Penso sempre con gratitudine ed affetto alla nonna di Silvano, una delle persone che, senza rendersene conto, ha contribuito alla mia formazione.
In seguito imparai ad accendere la stufa per riscaldare l’aula e la cucina dove cuocevo il cibo che mia madre mi preparava ogni settimana. Il freddo , come già detto, era notevole e, per combatterlo, sedevo accanto alla stufetta di ghisa con indosso il cappotto, che al termine dell’inverno, era bruciacchiato in diversi punti e ormai inservibile. Eppure malgrado i disagi, quell’anno resta nei miei ricordi come uno dei più belli della mia vita.
A me, nata e vissuta in città, sempre in ambito famigliare, tutto appariva nuovo. Imparai veramente a capire le stagioni e i loro ritmi (i mutamenti climatici erano lontani o, quantomeno, non venivano ancora percepiti). La primavera, poi, fu un’autentica scoperta. Conoscevo questa stagione, si può dire, solo attraverso la letteratura.
A Pareto vidi spuntare le primule, le viole nascoste fra le zolle erbose, gli anemoni di bosco. Scoprii quella che era la vera sapienza del mondo contadino,così rispettoso dei ritmi della natura e della vita di piante e animali. In quegli anni le mucche venivano ancora condotte al pascolo, “a scœve”, e,la sera, andavano ad abbeverarsi alla grande fontana, situata al centro del paese. Io temevo quei grossi animali e me ne stavo in disparte quando li vedevo passare, ma ero affascinata dalla calma dignitosa con cui si avviavano verso l’acqua come per un rito.
E , quasi per un devoto omaggio a quel lontano passato contadino, gli ultimi abitanti, oramai intorno agli ottanta anni, hanno voluto conservare intatta la grande vasca con il cannello da cui esce acqua che nessun animale verrà più a bere.
Anche i muli mi incutevano un certo timore ad eccezione, però del Pacian, il mulo di Attilio, un superbo animale bianco a cui il padrone sembrava aver trasmesso l’indole pacifica che lo caratterizzava. Quando la costruzione della strada rese inutile la vecchia mulattiera e il trasportoveniva effettuato tutto su ruote, Attilio continuò per anni ad avere cura del suo fedele compagno di lavoro .
E di lavoro duro e di fatiche non ne mancavano! Ricordo una volta in cui le piogge insistenti avevano reso impraticabile la mulattiera a causa di alcuni smottamenti, isolando Pareto dal fondovalle. Secondo l’usanza, un incaricato del paese girò tra le case, soffiando in un corno di bue.
A quel richiamo tutti gli uomini accorsero e si adoperarono per aggiustare la strada e renderla nuovamente agibile.
Ricordo ancora la fatica legata alla raccolta delle castagne e la cura con cui veniva pulito il bosco.
Anni dopo,la Cassa di Risparmio di Genova dedicò un libro alla presenza del castagno in Liguria e le foto più belle sono proprio quelle che riproducono il bosco di Pareto con i suoi essiccatoi e i suoi castagni secolari, ai piedi dei quali, in autunno e in primavera, si stendeva un tappeto di colchici dagli inconfondibili colori lilla e arancione.
Oggi il bosco è abbandonato, i castagni , privati delle cure di cui erano oggetto, sono in gran parte malati e gli essiccatoi, gli “aberghi”, vanno inesorabilmente in rovina, malgrado recenti tentativi di preservarli quali ultima testimonianza di un mondo scomparso.
Le sole risorse, oltre le castagne, erano costituite da patate e grano , faticosamente coltivati in piccole “fasce”, strappate con tenacia alla roccia, in posti cosi impervi che neanche i muli vi potevano accedere. Bisognava percorrere a piedi i ripidi viottoli, portando il letame sulle spalle con i “gaggiuin”! Proprio per questo, nei muretti che costeggiavano i sentieri, si trovava, ogni tanto, una pietra più larga, “ ả pỏsả”, dove appoggiare il carico e trovare sollievo alla fatica.
Malgrado la durezza delle condizioni di vita, il legame con la terra era profondamente sentito. A maggio assistetti alla preparazione di un rito, ormai dimenticato: le Rogazioni. Per giorni le donne del paese si dedicarono a raccogliere fiori di campo e infiorescenze del maggiociondolo e con i petali composero dei semplici disegni lungo la strada che attraversava l’abitato, per salutare festosamente la benedizione dei campi .
Quei gesti di devota semplicità rimandavano a un passato ancestrale e agli antichi legami con la madre terra, legami inevitabilmente perduti . Non voglio certo decantare quel mondo, dove non mancavano problemi e difficoltà, e rimpiangerlo può apparire sterile sentimentalismo. Penso, tuttavia, a ciò che, nel cambiamento, è andato gradatamente scomparendo: il rispetto per la natura, innato negli abitanti di quelle vallate.
A Pareto ampliai notevolmente il mio concetto di cultura perché molti furono i preziosi insegnamenti che ricavai da quell’esperienza, soprattutto la scoperta dell’esistenza di un sapere non scritto sui libri ma tramandato attraverso le generazioni, un patrimonio che apparteneva anche ai bambini a me affidati.
Mino e Silvano: questi i nomi dei due alunni che costituivano tutta la mia classe. Frequentavano la quarta elementare e mi insegnarono moltissime cose! Un giorno, all’aperto, stavamo facendo un lavoro con del cartoncino, che prevedeva ( grazie alla mia giovanile incoscienza), l’uso di alcuni spilli. Ne cadde uno tra i ciottoli e Silvano, prontamente, si chinò a raccoglierlo, dicendo: “Se va nello zoccolo di qualche animale, si può pungere”.
Feci tesoro di questo insegnamento. Quanto agli spilli, devo dire che, per fortuna mia, quei bambini, abituati ad aiutare i genitori nel loro duro lavoro, possedevano una notevole manualità, tale da porli al riparo da eventuali “ incidenti.”
Non mancarono, tuttavia, le difficoltà. Avevo solo pochi anni più di quei miei primi alunni e questo autorizzava molti del paese a sollecitarmi perché fossi più “severa”. C’era, nelle loro esortazioni, un tono di affettuoso rimprovero e il timore che, per la mia giovane età, non fossi all’altezza della situazione. Io li ascoltavo perplessa. Fui anche invitata a usare le mani, se necessario.
Niente mi stava più a cuore dell’essere considerata all’altezza della situazione ma rifiutavo l’idea che , per questo, dovessi ricorrere a simili mezzi.
Ero confusa e infelice. Oggi, ripensando a quei momenti, sento di condividere l’affermazione del poeta : “ non permetterò più a nessuno di dire che è bello avere ventanni”.
Per fortuna, un giorno, scendendo verso la Penola, al termine della settimana, incontrai don Bruno, il parroco, che saliva verso Pareto. Preoccupata, gli parlai delle mie difficoltà e degli inviti, ricevuti da parte di molti, ad essere più severa e a ricorrere, eventualmente, alle maniere forti.
Don Bruno quasi esterrefatto, esclamò:”Non lo faccia assolutamente! Lasci dire e vada avanti per la sua strada!”
Lo avrei abbracciato! Certamente mai sarei ricorsa a simili mezzi ma ero giovane e avevo bisogno di un autorevole incoraggiamento. Continuai così per la mia strada, come suggerito opportunamente da don Bruno, provando a conciliare certi contenuti dei programmi con il mondo di quei bambini, ben più ricco di sollecitazioni e di vivacità, in un processo di ricerca e di formazione che si rivelò determinante per le mie scelte future.
Una mattina d’inverno, dopo la pioggia…
I mesi passavano ma la primavera era ancora lontana.
Dopo le lezioni pomeridiane, mi rifugiavo nella grande cucina della Nin, dove sedevo immancabilmente nei pressi della stufa di ghisa, confortata dal calore e , spesso, da una tazza di caffè caldo che la Maria, sorella di Attilio e di Nino, non mi faceva mai mancare. Ci univa la comune passione per questa bevanda e la Maria, che nascondeva, sotto una scorza di ruvida scontrosità, una natura generosa e disponibile, era sempre pronta ad offrirmi un caffè, cercando di eludere la vigilanza del padre, poco propenso a comprendere tali abitudini , da lui giudicate del tutto superflue.
Quella che mi era sembrata, dapprima, una esperienza difficile seppure esaltante, stava assumendo i contorni della normalità, ma un’altra disavventura, del tutto imprevedibile, mi stava aspettando.
Una mattina, alla fine dell’inverno, arrivai alla Penola, pronta a raggiungere Pareto, come ogni lunedì. La notte precedente, le piogge incessanti avevano trasformato la mulattiera in un fiume di fango. Il parere unanime dei presenti fu tassativo: in nessun modo avrei potuto raggiungere il paese se non servendomi del mulo. .L’alternativa era tornare a casa per manifesta inagibilità della strada. Neanche per un momento presi in considerazione questa seconda possibilità. Raggiungere la sede era un imperativo categorico, anche se per farlo dovevo servirmi di un mezzo tanto temuto e già rifiutato in precedenza.
Quella mattina il trasporto era affidato a Luigi, Luigin da Penua, un anziano mulattiere, che viveva, appunto, tra Pareto e la Penola, dove la moglie gestiva l’osteria, punto di smistamento di merci e persone.
Non so come, venni issata sul basto. Subito mi aggrappai al piccolo anello di ferro, l’unico appiglio consentito per mantenere l’equilibrio. Luigin e il mulo erano talmente abituati al percorso, effettuato ogni giorno per anni ed anni, che si avviarono tranquillamente, l’uomo davanti e l’animale dietro,senza preoccuparsi minimamente del “carico”, costituito, in quel caso, dalla sottoscritta.
La situazione si rivelò subito problematica. Quando la strada saliva, e il mulo con essa, mi sentivo pericolosamente scivolare indietro, quando la strada scendeva, eccomi proiettata in avanti. Essendo il percorso accidentato e costituito da molti tratti in salita, alternati a ripide discese, continuavo a oscillare avanti e indietro, non riuscendo a mantenermi, in alcun modo in equilibrio.
Intanto, con assoluta noncuranza, Luigin procedeva imperterrito per la sua strada. A un certo punto, cominciai a scivolare pericolosamente su un fianco. Spaventata, presi a chiamare Luigi, senza alcun risultato. Mi ricordai, in quel momento, che l’uomo era quasi del tutto sordo e , a quel punto, la paura si trasformò in terrore.
Ormai pochi centimetri mi separavano da terra e già mi vedevo precipitare nella ripida scarpata che si apriva sotto i miei occhi. Con la forza della disperazione e con tutto il fiato disponibile, urlai:”Luigiiin,Luiiigin!”
Finalmente l’uomo si voltò e, avvicinandosi, senza minimamente scomporsi, mi diede un robusto spintone, o per meglio dire “in runsun”, che provvide a ristabilirmi in equilibrio.
Per fortuna il viaggio, che mi era apparso lunghissimo, ebbe fine, senza altri incidenti. Arrivati alla locanda della Nin, dovettero letteralmente staccarmi dal basto e dall’anello a cui le mie dita si erano come incollate. Il freddo e la tensione mi avevano completamente irrigidito le membra.
Mi “depositarono” accanto alla stufa, mentre la Maria si affrettava a porgermi la consueta tazza di caffè , il cui calore posso ancora sentire dentro di me , dopo tanti anni.
Pareto…luglio 2009
“Paiủ fin che nu ti ghê nu ti u vê”: Così ripetevano spesso gli abitanti, alludendo all’isolamento del paese, immerso nel verde dei boschi e, in un certo senso , quasi inaccessibile. Quando partivo dal fondovalle, non mi era di conforto, nel duro cammino, la visione del campanile o delle case, solo la stretta mulattiera che sembrava non avere mai fine..e poi, all’improvviso, dopo l’ultima curva, ecco le prime abitazioni: ero arrivata!
Ancora oggi è così: percorrendo la strada, finalmente asfaltata, che dalla Penola porta a Pareto, il paese non si lascia vedere, se non quando si supera l’ultima curva.
Per vederlo interamente, bisogna percorrere la bella strada panoramica che da Crocefieschi , conduce al bivio per Alpe di Vobbia e dal bivio, in pochi chilometri, a Pareto.

E’ difficile, però, riconoscere in quel gruppo di case ristrutturate e con i tetti nuovi, il paese da me conosciuto cinquantanni fa.
Così la strada, percorribile in auto, lo attraversa in modo diverso dall’antico tracciato, rendendo difficile ritrovare gli antichi luoghi: la scuola, la locanda della Nin, la casa dei nonni di Silvano…nulla mi è più famigliare.
Le stalle e le cantine sono diventati comodi box per le auto, i fienili sono stati trasformati in abitazioni. Sola testimonianza del passato, è rimasta l’antica vasca dove andavano ad abbeverarsi le mucche. Rivederla mi ha confortato come se avessi ritrovato una vecchia amica.

Condannato all’abbandono, attraverso il turismo delle seconde case, Pareto, in estate, torna a ripopolarsi come rinato a nuova vita. Aver trasformato la trattoria in società sportiva ha consentito, inoltre, ai pochi abitanti e ai turisti estivi, di avere un luogo di aggregazione, nel quale organizzare manifestazioni o, semplicemente, passare il tempo insieme, come avveniva, anticamente, nell’osteria della Nin.
Pensando all’animazione, riscontrabile in occasione di qualche festività, soprattutto nel giorno di San Lorenzo, cui è dedicata la chiesa, il mio pensiero va a Valente, marito della Nin e gestore, con la moglie dell’antica trattoria.
Valente assisteva con vero dolore allo spopolamento del paese, cui lo legava un attaccamento tenace. Pensava che molti, delusi dalla vita in città, prima o poi sarebbero ritornati. Seppur per pochi mesi all’anno, il ritorno è avvenuto.
Molti villeggianti, infatti, sono figli e nipoti delle persone che, nella durezza delle condizioni di vita, avevano, tuttavia, saputo accogliere con gentilezza e generosità, quella ragazzina timida e spaesata, dandole conforto ed affetto.
Per questo Pareto è ora, per me, più che mai, un luogo dell’animo, un paesaggio della memoria dove tornare con il pensiero, quando la nostalgia mi riporta indietro a quel tempo così lontano, così…misteriosamente vicino.